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Il grande fotografo Robert Frank, autore di immagini di una potenza visiva assai difficile da dimenticare, sosteneva che la vita è composta da infiniti attimi comuni e rari momenti esaltanti e che noi fotografi ci occupiamo, salvo rare eccezioni, solo di questi ultimi.
“Il mondo…” diceva Frank “…si muove rapidamente e non necessariamente sull’onda di immagini perfette, che non appartengono ad una visione normale della vita. Cercare di comprimere tutti gli elementi di una fotografia nel momento cruciale è falsare la realtà”.
L’esempio più significativo di questo nuovo modo di pensare l’estetica della fotografia è il suo “The Americans”. Pubblicato nel 1959, questo bellissimo libro ha avuto il merito di consegnare a tutti noi una nuova visione dell’America e della vita degli americani, un nuovo, rivoluzionario modo di comunicare con la fotografia attraverso appunto immagini di attimi di vita apparentemente casuali.
Frank, insieme ad altri fotografi di questa nuova scuola definita neorealista, ha avuto il merito di modificare la concezione del momento giusto per scattare. L’utilizzo di apparecchi fotografici di piccolo formato consentiva, già da tempo, di poter documentare tutto ciò che avveniva intorno a loro con maggior facilità. La rapidità delle pellicole poi, giunte a un’elevata sensibilità, 400 ASA (oggi ISO), e i chimici al servizio dell’industria fotografica, che nel frattempo erano finalmente riusciti a contenere la tipica “grana” delle pellicole entro dimensioni accettabili, ha permesso loro di scattare praticamente sempre, anche in condizioni di luce precaria, con precisione e sufficiente nitidezza.
Così ben attrezzati, i fotografi giravano per il mondo cercando nella maggior parte dei casi l’attimo irripetibile, il momento culmine, nel quale l’azione mostrava tutti i suoi elementi nel modo più efficace.
Ma come in tutte le cose di questo mondo, anche nel linguaggio della fotografia, c’è chi ha pensato bene di contestare quello che fino ad allora sembrava essere il miglior modo di raccontare con le immagini fotografiche.
Infatti negli anni cinquanta un gruppo di fotografi inizia a criticare sempre con maggiore determinazione il valore della fotografia scattata proprio nel momento culmine dell’azione, sostenendo con forza un nuovo concetto del guardare. Nasce quindi una rivoluzionaria corrente di pensiero. Questi fotografi sostenevano che la vita è fatta di tanti momenti importanti ma anche di moltissimi altri in cui sembra non avvenire nulla ma nei quali la vita scorre ugualmente.
Questo nuovo modo di guardare e quindi di fotografare è stato anche definito “visione con la coda dell’occhio”. Le loro foto non erano piene di istanti cruciali, ma al contrario di momenti casuali della vita di ogni giorno nei quali, come detto, sembra non accadere nulla o quasi, i “non-avvenimenti” della vita. In queste immagini la fotografia non spiega: suggerisce, accenna, lascia spazio all’interpretazione di chi la guarda.
Messe a confronto con l’estrema precisione geometrica delle fotografie di Henri Cartier-Bresson e dei suoi seguaci, queste nuove immagini appaiono con un equilibrio precario, la linea dell’orizzonte spesso non è perfettamente dritta, all’interno vi si trovano elementi di apparente disturbo, sono presenti soggetti completamente sfocati, a volte anche in primo piano, e ai margini le cosiddette quinte teatrali. Le immagini in alcuni casi hanno perfino un aspetto casuale, come se il fotografo le avesse colte proprio con la coda dell’occhio.
Ecco, la Graffiti oggi con la realizzazione di questo suo nuovo libro “Frammenti di Vita”, vuole rendere omaggio al maestro Robert Frank, scomparso nel 2019. Dobbiamo soprattutto a lui se molti di noi hanno inclinato la macchina fotografica, hanno inserito asimmetrie nelle immagini, hanno usato il linguaggio asciutto e poetico del bianco e nero nel riprendere attimi casuali della vita che scorreva nel preciso momento del clic. Frammenti di vita altrui che diviene anche nostra nell’istante in cui la catturiamo come ladri di immagini dal reale e la trasformiamo in una essenza immortale. Sì, frammenti casuali, attimi che altrimenti scorrono via indisturbati e non restano quasi mai come testimonianza vera dello scorrere inesorabile del nostro tempo in questo mondo. Sguardi, silenzi, sorrisi, pianti, tristezza, felicità, complicità, gioia, angoscia, indifferenza, condivisione e solitudine, sentimenti espressi in attimi di normale quotidianità che ci attraversano senza lasciare traccia, almeno in apparenza, in superficie.
Nel seguire gli insegnamenti di Robert Frank, ma anche di molti altri grandi maestri del novecento, siamo andati alla ricerca della vita attraverso quegli attimi comuni, non eccezionali. Piccole tracce di storie delle quali ci è negato conoscerne la fine.
Questo libro non racconta una sola storia ma mille storie che si intrecciano pagina dopo pagina. Particelle, spezzoni, appunto frammenti di un insieme che è la vita propria o altrui. Istanti che non chiedono di essere esaustivi, ma solo letti nel loro essere esclusivamente un fermo immagine della vita di qualcuno che per solo un istante ha attraversato la nostra.
Ha catturato attenzione e imposto una reazione. Una frazione di secondo dopo, attraverso la nostra capacità di rendere quella scena un’immagine permanente con uno strumento di registrazione visiva, ha reso quei frammenti di vita, come si diceva in altri tempi, immortali certificando al tempo stesso il loro essere esistiti proprio così come si presentano all’osservatore.
Gli autori con questo libro ribadiscono l’esigenza di una fotografia ragionata prima dello scatto e in questo caso specialmente nella fase di lettura. Ci chiedono uno sforzo maggiore che ci permetta di andare oltre la superficie arrivando a penetrare i molteplici significati che spesso abitano all’interno di una fotografia e che nella maggior pare dei casi, se solo osservata, non emergono nella loro totalità. In un mondo così frenetico, frettoloso, nel quale le persone, colte da moltissimi stimoli, spesso non hanno abbastanza tempo per accurate riflessioni su singole immagini, quello che chiediamo è la merce più preziosa: il tempo. Sembrerebbe quantomeno improbabile se non proprio un’utopia ottenerlo. Questa la nostra vera sfida: chiediamo solo un frammento di vita in più, solo un attimo in più nel leggere, decodificare e assorbire i nostri “Frammenti di vita”.
Gianni Pinnizzotto

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